giovedì 11 dicembre 2008

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sabato 25 ottobre 2008


Meditazione di S. Alfonso de Liguori tratta da "Meditazioni per l'ottava di Natale e per gli altri giorni sino all'Epifania" in "OPERE ASCETICHE" Vol. IV, pp. 202 - 226, CSSR, Roma 1939

La nascita di Gesù Cristo apportò un'allegrezza generale a tutto il mondo. Egli fu il Redentore desiderato per tanti anni e con tanti sospiri; che perciò fu chiamato il desiderato dalle genti e 'l desiderio de' colli eterni. Eccolo è già venuto ed è nato in una picciola spelonca. Quel gran gaudio che l'angelo annunziò a' pastori, pensiamo che oggi l'annunzii anche a noi e ci dica: Ecce enim evangelizo vobis gaudium magnum quod erit omni populo: quia natus est vobis hodie Salvator (Luc. II, [10, 11]).- Quanta festa si fa in un regno quando nasce al re il suo infante primogenito! Ma maggior festa dobbiamo far noi vedendo nato il Figlio di Dio ch'è venuto dal cielo a visitarci, spinto dalle viscere della sua misericordia: Per viscera misericordiae Dei nostri, in quibus visitavit nos oriens ex alto. Noi eravamo perduti, ed ecco quegli ch'è venuto a salvarci: Propter nostram salutem descendit de caelis. Ecco il pastore ch'è venuto a salvare le sue pecorelle dalla morte, con dar esso la vita per loro amore: Ego sum pastor bonus: bonus pastor animam suam dat pro ovibus suis (Io. [X], 11). Ecco l'agnello di Dio ch'è venuto a sacrificarsi per ottenere a noi la divina grazia e per rendersi nostro liberatore, nostra vita, nostra luce e anche nostro cibo nel SS. Sacramento. Dice S. Agostino che Gesù Cristo, nascendo, per questo ancora voll'essere posto nella mangiatoia dove trovano il pascolo gli animali, per darci ad intendere ch'egli si e fatt' uomo anche per rendersi cibo nostro: In praesepio, ubi pastus est animalium, sua collocari membra permittit, in aeternam refectionem vescendum a mortalibus suum corpus ostendit. (Tract. XXV, in Io.). Egli di più ogni giorno nasce nel Sagramento per mezzo de' sacerdoti e della consecrazione: l'altare è il presepio ed ivi noi andiamo a cibarci delle sue carni. Taluno desidererebbe di aver il santo Bambino nelle braccia, come l'ebbe il santo vecchio Simeone; ma quando ci comunichiamo, c'insegna la fede che non solamente nelle braccia, ma dentro il nostro petto sta quell'istesso Gesù che stette nel presepio di Betlemme. Egli per questo è nato, per darsi tutto a noi: Parvulus... natus est nobis, et Filius datus est nobis (Is. IX, 6).

domenica 12 ottobre 2008

San Francesco e il presepe di Greccio


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[brano tratto da "Fonti Francescane" - editrici francescane].

CAPITOLO XXX

IL PRESEPIO DI GRECCIO




466 84. La sua aspirazione più alta, il suo desiderio dominante, la sua volontà più ferma era di osservare perfettamente e sempre il santo Vangelo e di imitare fedelmente con tutta la vigilanza, con tutto l'impegno, con tutto lo slancio dell'anima e del cuore la dottrina e gli esempi del Signore nostro Gesù Cristo.

467 Meditava continuamente le parole del Signore e non perdeva mai di vista le sue opere. Ma soprattutto l'umiltà dell'Incarnazione e la carità della Passione aveva impresse così profondamente nella sua memoria, che difficilmente gli riusciva di pensare ad altro.

468 A questo proposito è degno di perenne memoria e di devota celebrazione quello che il Santo realizzò tre anni prima della sua gloriosa morte, a Greccio, il giorno del Natale del Signore.

C'era in quella contrada un uomo di nome Giovanni, di buona fama e di vita anche migliore, ed era molto caro al beato Francesco perché, pur essendo nobile e molto onorato nella sua regione, stimava più la nobiltà dello spirito che quella della carne. Circa due settimane prima della festa della Natività, il beato Francesco, come spesso faceva, lo chiamò a sé e gli disse: "Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù, precedimi e prepara quanto ti dico: vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l'asinello". Appena l'ebbe ascoltato, il fedele e pio amico se ne andò sollecito ad approntare nel luogo designato tutto l'occorrente, secondo il disegno esposto dal Santo.

469 85. E giunge il giorno della letizia, il tempo dell'esultanza! Per l'occasione sono qui convocati molti frati da varie parti; uomini e donne arrivano festanti dai casolari della regione, portando ciascuno secondo le sue possibilità, ceri e fiaccole per illuminare quella notte, nella quale s'accese splendida nel cielo la Stella che illuminò tutti i giorni e i tempi. Arriva alla fine Francesco: vede che tutto è predisposto secondo il suo desiderio, ed è raggiante di letizia. Ora si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono il bue e l'asinello. In quella scena commovente risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l'umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme.

Questa notte è chiara come pieno giorno e dolce agli uomini e agli animali! La gente accorre e si allieta di un gaudio mai assaporato prima, davanti al nuovo mistero. La selva risuona di voci e le rupi imponenti echeggiano i cori festosi. I frati cantano scelte lodi al Signore, e la notte sembra tutta un sussulto di gioia.

Il Santo è lì estatico di fronte al presepio, lo spirito vibrante di compunzione e di gaudio ineffabile. Poi il sacerdote celebra solennemente l'Eucaristia sul presepio e lui stesso assapora una consolazione mai gustata prima.

470 86. Francesco si è rivestito dei paramenti diaconali perché era diacono, e canta con voce sonora il santo Vangelo: quella voce forte e dolce, limpida e sonora rapisce tutti in desideri di cielo. Poi parla al popolo e con parole dolcissime rievoca il neonato Re povero e la piccola città di Betlemme. Spesso, quando voleva nominare Cristo Gesù infervorato di amore celeste lo chiamava "il Bambino di Betlemme", e quel nome "Betlemme" lo pronunciava riempiendosi la bocca di voce e ancor più di tenero affetto, producendo un suono come belato di pecora. E ogni volta che diceva "Bambino di Betlemme" o "Gesù", passava la lingua sulle labbra, quasi a gustare e trattenere tutta la dolcezza di quelle parole.

Vi si manifestano con abbondanza i doni dell'Onnipotente, e uno dei presenti, uomo virtuoso, ha una mirabile visione. Gli sembra che il Bambinello giaccia privo di vita nella mangiatoia, e Francesco gli si avvicina e lo desta da quella specie di sonno profondo. Né la visione prodigiosa discordava dai fatti, perché, per i meriti del Santo, il fanciullo Gesù veniva risuscitato nei cuori di molti, che l'avevano dimenticato, e il ricordo di lui rimaneva impresso profondamente nella loro memoria. Terminata quella veglia solenne, ciascuno tornò a casa sua pieno di ineffabile gioia.

471 87. Il fieno che era stato collocato nella mangiatoia fu conservato, perché per mezzo di esso il Signore guarisse nella sua misericordia giumenti e altri animali. E davvero è avvenuto che in quella regione, giumenti e altri animali, colpiti da diverse malattie, mangiando di quel fieno furono da esse liberati. Anzi, anche alcune donne che, durante un parto faticoso e doloroso, si posero addosso un poco di quel fieno, hanno felicemente partorito. Alla stessa maniera numerosi uomini e donne hanno ritrovato la salute.

Oggi quel luogo è stato consacrato al Signore, e sopra il presepio è stato costruito un altare e dedicata una chiesa ad onore di san Francesco, affinché là dove un tempo gli animali hanno mangiato il fieno, ora gli uomini possano mangiare, come nutrimento dell'anima e santificazione del corpo, la carne dell'Agnello immacolato e incontaminato, Gesù Cristo nostro Signore, che con amore infinito ha donato se stesso per noi.

venerdì 10 ottobre 2008

Meditazioni per li giorni dell'Avvento sino alla novena della nascita di Gesù Cristo

[Meditazioni di Sant'Alfonso Maria de Liguori tratte da "OPERE ASCETICHE" Vol. IV, pp. 141 - 179, CSSR, Roma 1939]

MEDITAZIONE I


Et incarnatus est de Spiritu Sancto... et homo factus est.

Considera come avendo Dio creato il primo uomo acciocché lo servisse ed amasse in questa vita, per condurlo poi nella vita eterna a regnare nel paradiso, a tal fine l'arricchì di lumi e di grazie. Ma l'uomo ingrato si ribellò da Dio, negandogli l'ubbidienza che gli doveva per giustizia e per gratitudine; e così restò il misero con tutta la sua discendenza, qual ribelle privato della divina grazia e per sempre escluso dal paradiso. Ecco dopo questa ruina del peccato, gli uomini tutti perduti. Tutti viveano ciechi fra le tenebre nell'ombra della morte. Su di loro dominava il demonio, e l'inferno continuamente ne faceva una strage innumerabile. Ma Dio guardando gli uomini ridotti in questo sì miserabile stato, mosso a pietà, risolve di salvarli. E come? Non manda già un angelo, un serafino, ma per manifestare al mondo l'immenso amore che portava a questi vermi ingrati, misit Filium suum in similitudinem carnis peccati (Rom. VIII, 3). Mandò il suo medesimo Figlio a farsi uomo ed a vestirsi della stessa carne degli uomini peccatori, acciocch'egli colle sue pene e colla sua morte soddisfacesse la divina giustizia per li loro delitti, e così gli liberasse dalla morte eterna; e riconciliandoli col suo divin Padre, loro ottenesse la divina grazia e li rendesse degni di entrare nel regno eterno. - Pondera qui da una parte la ruina immensa che reca il peccato all'anime, mentre le priva dell'amicizia di Dio e del paradiso e le condanna ad un'eternità di pene. Pondera dall'altra l'amore infinito di Dio che dimostrò in questa grand'opera dell'Incarnazione del Verbo, facendo che il suo Unigenito venisse a sacrificar la sua vita divina per mano di carnefici su d'una croce, in un mar di dolori e di vituperi, per ottenere a noi il perdono e la salute eterna. Ah che contemplando questo gran mistero e questo eccesso dell'amore divino, ognuno non dovrebbe far altro che esclamare: O bontà infinita! o misericordia infinita! o amore infinito! un Dio farsi uomo per venire a morire per me!

MEDITAZIONE II

Et Verbum caro factum est (Io. I, 14).

Il Signore mandò S. Agostino a scrivere sul cuore di S. Maria Maddalena de' Pazzi le parole, Verbum caro factum est. Deh preghiamo ancora noi il Signore che c'illumini la mente e ci faccia intendere quale eccesso e qual prodigio d'amore è stato questo che il Verbo Eterno, il Figlio di Dio siasi fatt'uomo per nostro amore. La Santa Chiesa si spaventa in contemplare questo gran mistero: Consideravi opera tua et expavi (Resp. 3, Noct. 2, in Circ. Dom.). Se Dio avesse creati mille altri mondi, mille volte più grandi e più belli del presente, è certo che quest'opera sarebbe infinitamente minore dell'Incarnazione del Verbo: Fecit potentiam in brachio suo. Per eseguire l'opera dell'Incarnazione vi ha bisognata tutta l'onnipotenza e sapienza infinita di un Dio, in fare che la natura umana si unisse ad una persona divina; e che una persona divina si umiliasse a prender la natura umana; sicché Dio diventò uomo e l'uomo diventò Dio; ed essendosi congiunta la divinità del Verbo all'anima ed al corpo di Gesù Cristo, diventarono divine tutte le azioni di questo Uomo Dio: divine le sue orazioni, divini i patimenti, divini i vagiti, divine le lagrime, divini i passi, divine le membra, divino quel sangue per farne un bagno di salute a lavare tutti i nostri peccati, ed un sacrificio d'infinito valore a placare la giustizia del Padre giustamente sdegnato cogli uomini. E chi mai sono questi uomini? Misere creature, ingrate e ribelli. E per questi un Dio farsi uomo! Soggettarsi alle miserie umane! Patire e morire per salvare quest'indegni! Humiliavit semet ipsum, factus obediens usque ad mortem, mortem autem crucis (Philipp. II, 8). Oh santa fede! Se la fede di ciò non ci assicurasse, chi mai potrebbe credere che un Dio d'infinita maestà siasi abbassato a farsi verme come noi, per salvarci a costo di tante pene ed ignominie e d'una morte così spietata e vergognosa? Oh gratiam! oh amoris vim! grida S. Bernardo. O grazia che mai avrebbero potuto neppure immaginarsela gli uomini, se Dio stesso non avesse pensato di farcela! O amore divino che non potrà mai comprendersi! O misericordia! O carità infinita, degna solamente d'una bontà infinita!

MEDITAZIONE III

Sic... Deus dilexit mundum, ut Filium suum unigenitum daret (Io III, 16.).

Considera come l'Eterno Padre dandoci il Figlio per Redentore, per vittima e per prezzo del nostro riscatto, non poteva darci motivi più forti di speranza e d'amore, per darci confidenza e per obbligarci ad amarlo. Egli donandoci il Figlio, dice S. Agostino, non sa né ha più che donarci. Egli vuole che noi ci avvagliamo di quest'immenso dono, a fine di guadagnarci la salute eterna ed ogni grazia che ci bisogna; mentre in Gesù noi troviamo quanto possiamo desiderare: troviamo luce, troviamo fortezza, pace, confidenza, amore e gloria eterna; essendoché Gesù Cristo è un dono che contiene tutti i doni che possiamo cercare e desiderare. Quomodo non etiam cum illo omnia nobis donavit?,(Rom. VIII, 32). Avendoci Iddio donato il suo diletto Unigenito ch'è il fonte e tesoro di tutti i beni, chi può temere che voglia negarci qualunque grazia che gli cerchiamo? Christus Iesus factus est nobis sapientia a Deo, et iustitia et sanctificatio et redemptio (I Cor. I, 30). Iddio ce l'ha donato acciocché a noi ignoranti e ciechi ci fosse luce e sapienza per camminare nella via della salute: a noi rei dell'inferno fosse giustizia per aspirare al paradiso: a noi peccatori, santificazione per ottenere la santità: a noi finalmente schiavi del demonio, riscatto per acquistare la libertà de' figli di Dio. In somma, dice l'Apostolo che con Gesù Cristo noi siamo stati fatti ricchi di ogni bene e di ogni grazia, se la domandiamo per li meriti suoi. In omnibus divites facti estis..., ita ut nihil vobis desit in ulla gratia (I Cor. I, [5, 7]). E questo dono che ci ha fatto Dio del suo Figlio è un dono fatto a ciascuno di noi; poich'egli l'ha donato tutto ad ognuno, come se a lui solo fosse stato donato; sicché ognuno di noi può dire: Gesù è tutto mio, mio è il suo corpo, il suo sangue; mia è la sua vita, i suoi dolori, la sua morte, miei sono i suoi meriti. Perciò diceva S. Paolo: Dilexit me et tradidit semetipsum pro me (Gal. II, 20). E lo stesso può dire ciascuno: Il mio Redentore ha amato me, e per l'amore che mi ha portato si è dato tutto a me.