Vocazione

Visita i sito: http://vocazione2.altervista.org È molto importante rispondere alla vocazione. Diceva Sant'Alfonso che "Chi sceglie lo stato a cui Iddio lo chiama, facilmente si salverà; e chi non ubbidisce alla divina vocazione, difficilmente, anzi sarà moralmente impossibile che si salvi. La massima parte di coloro che si son dannati, si son dannati per non aver corrisposto alle chiamate di Dio."
Se i giovani comprendessero la bellezza della vita religiosa pregherebbero incessantemente il Signore di essere "chiamati". Oh quanti in punto di morte si son pentiti di aver vissuti nel mondo! Filippo II, il grande re di Spagna, poco prima di morire disse: "Oh fossi stato frate e non monarca". Anche il figlio, quando giunse in fin di vita disse: "Sudditi miei, nel sermone dei miei funerali, non predicate altro se non questo spettacolo che vedete. Dite che non serve in morte l'esser re, se non per sentire maggior tormento d'esserlo stato". E poi esclamò: "Oh non fossi stato re, e fossi vissuto in un deserto a servire Dio, perché ora andrei con maggior confidenza a presentarmi al suo tribunale, e non mi troverei in gran pericolo di dannarmi!" Tutti i piaceri, i divertimenti e le ricchezze della terra non possono dare la vera pace, anzi chi più è ricco di tali beni in questa vita, vive più tribolato ed afflitto. Il nostro cuore è stato creato per amare Dio, e non può trovar pace sin quando non riposa in Lui. E' più felice un povero eremita in grazia di Dio che una persona ricca e famosa, ma in peccato mortale.

Blog sulla Madonna

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Canzoni di Natale mp3 gratis

Come sono belli i canti di Natale della tradizione cristiana! Vi presento due famosi canti natalizi composti da Sant'Alfonso Maria de Liguori. Questi file mp3 possono essere scaricati gratuitamente grazie ai Padri Redentoristi che li hanno realizzati e messi su internet.

Cliccare sue due titoli sottostanti per ascoltare i file:



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Spero tanto che queste melodie natalizie siano di vostro gradimento. Anche se antiche, hanno conservato intatta la bellezza che non tramonta mai. Molti noi le hanno cantate quando erano bambini, ma continuano a toccare i cuori anche adesso che siamo divenuti adulti.

Meditazioni per li giorni dell'Avvento sino alla novena della nascita di Gesù Cristo

[Meditazioni di Sant'Alfonso Maria de Liguori tratte da "OPERE ASCETICHE" Vol. IV, pp. 141 - 179, CSSR, Roma 1939]

MEDITAZIONE I


Et incarnatus est de Spiritu Sancto... et homo factus est.

Considera come avendo Dio creato il primo uomo acciocché lo servisse ed amasse in questa vita, per condurlo poi nella vita eterna a regnare nel paradiso, a tal fine l'arricchì di lumi e di grazie. Ma l'uomo ingrato si ribellò da Dio, negandogli l'ubbidienza che gli doveva per giustizia e per gratitudine; e così restò il misero con tutta la sua discendenza, qual ribelle privato della divina grazia e per sempre escluso dal paradiso. Ecco dopo questa ruina del peccato, gli uomini tutti perduti. Tutti viveano ciechi fra le tenebre nell'ombra della morte. Su di loro dominava il demonio, e l'inferno continuamente ne faceva una strage innumerabile. Ma Dio guardando gli uomini ridotti in questo sì miserabile stato, mosso a pietà, risolve di salvarli. E come? Non manda già un angelo, un serafino, ma per manifestare al mondo l'immenso amore che portava a questi vermi ingrati, misit Filium suum in similitudinem carnis peccati (Rom. VIII, 3). Mandò il suo medesimo Figlio a farsi uomo ed a vestirsi della stessa carne degli uomini peccatori, acciocch'egli colle sue pene e colla sua morte soddisfacesse la divina giustizia per li loro delitti, e così gli liberasse dalla morte eterna; e riconciliandoli col suo divin Padre, loro ottenesse la divina grazia e li rendesse degni di entrare nel regno eterno. - Pondera qui da una parte la ruina immensa che reca il peccato all'anime, mentre le priva dell'amicizia di Dio e del paradiso e le condanna ad un'eternità di pene. Pondera dall'altra l'amore infinito di Dio che dimostrò in questa grand'opera dell'Incarnazione del Verbo, facendo che il suo Unigenito venisse a sacrificar la sua vita divina per mano di carnefici su d'una croce, in un mar di dolori e di vituperi, per ottenere a noi il perdono e la salute eterna. Ah che contemplando questo gran mistero e questo eccesso dell'amore divino, ognuno non dovrebbe far altro che esclamare: O bontà infinita! o misericordia infinita! o amore infinito! un Dio farsi uomo per venire a morire per me!

MEDITAZIONE II

Et Verbum caro factum est (Io. I, 14).

Il Signore mandò S. Agostino a scrivere sul cuore di S. Maria Maddalena de' Pazzi le parole, Verbum caro factum est. Deh preghiamo ancora noi il Signore che c'illumini la mente e ci faccia intendere quale eccesso e qual prodigio d'amore è stato questo che il Verbo Eterno, il Figlio di Dio siasi fatt'uomo per nostro amore. La Santa Chiesa si spaventa in contemplare questo gran mistero: Consideravi opera tua et expavi (Resp. 3, Noct. 2, in Circ. Dom.). Se Dio avesse creati mille altri mondi, mille volte più grandi e più belli del presente, è certo che quest'opera sarebbe infinitamente minore dell'Incarnazione del Verbo: Fecit potentiam in brachio suo. Per eseguire l'opera dell'Incarnazione vi ha bisognata tutta l'onnipotenza e sapienza infinita di un Dio, in fare che la natura umana si unisse ad una persona divina; e che una persona divina si umiliasse a prender la natura umana; sicché Dio diventò uomo e l'uomo diventò Dio; ed essendosi congiunta la divinità del Verbo all'anima ed al corpo di Gesù Cristo, diventarono divine tutte le azioni di questo Uomo Dio: divine le sue orazioni, divini i patimenti, divini i vagiti, divine le lagrime, divini i passi, divine le membra, divino quel sangue per farne un bagno di salute a lavare tutti i nostri peccati, ed un sacrificio d'infinito valore a placare la giustizia del Padre giustamente sdegnato cogli uomini. E chi mai sono questi uomini? Misere creature, ingrate e ribelli. E per questi un Dio farsi uomo! Soggettarsi alle miserie umane! Patire e morire per salvare quest'indegni! Humiliavit semet ipsum, factus obediens usque ad mortem, mortem autem crucis (Philipp. II, 8). Oh santa fede! Se la fede di ciò non ci assicurasse, chi mai potrebbe credere che un Dio d'infinita maestà siasi abbassato a farsi verme come noi, per salvarci a costo di tante pene ed ignominie e d'una morte così spietata e vergognosa? Oh gratiam! oh amoris vim! grida S. Bernardo. O grazia che mai avrebbero potuto neppure immaginarsela gli uomini, se Dio stesso non avesse pensato di farcela! O amore divino che non potrà mai comprendersi! O misericordia! O carità infinita, degna solamente d'una bontà infinita!

MEDITAZIONE III

Sic... Deus dilexit mundum, ut Filium suum unigenitum daret (Io III, 16.).

Considera come l'Eterno Padre dandoci il Figlio per Redentore, per vittima e per prezzo del nostro riscatto, non poteva darci motivi più forti di speranza e d'amore, per darci confidenza e per obbligarci ad amarlo. Egli donandoci il Figlio, dice S. Agostino, non sa né ha più che donarci. Egli vuole che noi ci avvagliamo di quest'immenso dono, a fine di guadagnarci la salute eterna ed ogni grazia che ci bisogna; mentre in Gesù noi troviamo quanto possiamo desiderare: troviamo luce, troviamo fortezza, pace, confidenza, amore e gloria eterna; essendoché Gesù Cristo è un dono che contiene tutti i doni che possiamo cercare e desiderare. Quomodo non etiam cum illo omnia nobis donavit?,(Rom. VIII, 32). Avendoci Iddio donato il suo diletto Unigenito ch'è il fonte e tesoro di tutti i beni, chi può temere che voglia negarci qualunque grazia che gli cerchiamo? Christus Iesus factus est nobis sapientia a Deo, et iustitia et sanctificatio et redemptio (I Cor. I, 30). Iddio ce l'ha donato acciocché a noi ignoranti e ciechi ci fosse luce e sapienza per camminare nella via della salute: a noi rei dell'inferno fosse giustizia per aspirare al paradiso: a noi peccatori, santificazione per ottenere la santità: a noi finalmente schiavi del demonio, riscatto per acquistare la libertà de' figli di Dio. In somma, dice l'Apostolo che con Gesù Cristo noi siamo stati fatti ricchi di ogni bene e di ogni grazia, se la domandiamo per li meriti suoi. In omnibus divites facti estis..., ita ut nihil vobis desit in ulla gratia (I Cor. I, [5, 7]). E questo dono che ci ha fatto Dio del suo Figlio è un dono fatto a ciascuno di noi; poich'egli l'ha donato tutto ad ognuno, come se a lui solo fosse stato donato; sicché ognuno di noi può dire: Gesù è tutto mio, mio è il suo corpo, il suo sangue; mia è la sua vita, i suoi dolori, la sua morte, miei sono i suoi meriti. Perciò diceva S. Paolo: Dilexit me et tradidit semetipsum pro me (Gal. II, 20). E lo stesso può dire ciascuno: Il mio Redentore ha amato me, e per l'amore che mi ha portato si è dato tutto a me.

MEDITAZIONE IV

Ubi venit plenitudo temporis, misit Deus Filium suum (Gal. IV, 4).

Considera come Dio lascio passare quattro mila anni dopo il peccato di Adamo prima di mandare in terra il suo Figlio a redimere il mondo. E frattanto, oh quali tenebre di ruina regnavano sulla terra! Il vero Dio non era conosciuto né adorato, se non appena in un angolo del mondo. Da per tutto regnava l'idolatria, sicché erano adorati per dei i demoni, le bestie e le pietre. Ma ammiriamo in ciò la divina sapienza; ella differisce la venuta del Redentore per renderla agli uomini più gradita: la differisce acciocché si conosca meglio la malizia del peccato, la necessità del rimedio e la grazia del Salvatore. Se subito dopo il peccato di Adamo fosse venuto Gesù Cristo, poco si sarebbe stimata la grandezza del beneficio. Ringraziamo dunque la bontà di Dio per averci fatti nascere dopo che già si è compiuta la grand'opera della Redenzione. - Ecco è già venuto il tempo fortunato che fu chiamato la pienezza del tempo: Ubi venit plenitudo temporis, misit Deus Filium suum... ut eos qui sub lege erant redimeret. Si dice plenitudo, per la pienezza della grazia che 'l Figlio di Dio venne a comunicare agli uomini per mezzo della Redenzione. Ecco già si manda l'angelo ambasciatore nella città di Nazarette alla Vergine Maria ad annunziarle la venuta del Verbo che vuole incarnarsi nel suo utero. L'angelo la saluta, la chiama piena di grazia e la benedetta tra le donne. Ella, l'eletta per Madre del Figlio di Dio, l'umile verginella si turba a queste lodi per ragion della sua grand'umiltà; ma l'angelo le fa animo e le dice ch'ella ha trovata la grazia appresso Dio: cioè quella grazia che importava la pace tra Dio e gli uomini, e la riparazione della ruina cagionata dal peccato. Le avvisa poi il nome di Salvatore che dee imporre a questo suo Figlio: Vocabis nomen eius Iesum; e che questo suo Figlio era lo stesso Figlio di Dio che dovea redimere il mondo, e così regnare sopra i cuori degli uomini. Ecco finalmente che Maria accetta l'esser Madre di tal Figlio: Fiat mihi secundum verbum tuum. E il Verbo Eterno prende già carne e diventa uomo: Et Verbum caro factum est.

Ringraziamo questo Figlio, e ringraziamo ancora questa madre che in accettare d'esser Madre d'un tal Figlio accettò l'essere madre della nostra salute e madre insieme di dolori, accettando allora tutto l'abisso de' dolori che dovea costarle l'esser Madre d'un tal Figlio venuto a patire e morire per gli uomini.

MEDITAZIONE V

Formam servi accipiens (Philipp. Il, 7).

Discende in terra il Verbo Eterno a salvare l'uomo, e donde discende? A summo caelo egressio eius (Ps. XVIII, 7). Discende dal seno del suo Padre divino, dove ab eterno fu generato tra gli splendori de' santi. E dove discende? Discende nel seno d'una vergine, figlia di Adamo, che a riguardo del seno di Dio non è che un orrore; onde canta la Chiesa: Non horruisti virginis uterum. Sì, perché il Verbo, stando nel seno del Padre, egli è Dio come il Padre, è immenso, onnipotente, felicissimo, e supremo signore ed in tutto eguale al Padre. Ma nel seno di Maria egli è creatura, è piccolo, è debole, è afflitto, è servo, ed è minore del Padre: Formam servi accipiens. Narrasi per gran prodigio d'umiltà di un S. Alessio, che da figlio di un signor romano, volle vivere da servo in casa del padre. Ma che ha che fare l'umiltà di questo santo coll'umiltà di Gesù Cristo? Tra figlio e servo del padre di S. Alessio vi era qualche differenza di condizione; ma tra Dio e servo di Dio vi è una differenza infinita. In oltre, questo Figlio di Dio, essendosi fatto servo del suo Padre, esso per ubbidirlo si fece anche servo delle sue creature, cioè di Maria e di Giuseppe: Et erat subditus illis (Luc. II, 51). In oltre si fece anche servo di Pilato che lo condannò alla morte, ed egli ubbidiente l'accettò; si fe' servo de' carnefici che vollero flagellarlo, coronarlo di spine e crocifiggerlo, ed egli a tutti umilmente ubbidì sottomettendosi alle loro mani.

Oh Dio, e noi ricuseremo poi di soggettarci alla servitù di questo amabile Salvatore che per salvarci si è soggettato a tante servitù così penose e indecorose? E per non esser servi di questo così grande e così amante Signore, ci contenteremo di farci schiavi del demonio che non ama già i suoi servi, ma li odia e li tratta da tiranno, rendendoli infelici e miseri in questa e nell'altra vita? Ma se abbiamo commessa questa gran pazzia, perché non usciamo presto da questa così infelice servitù? Via su, giacché siamo stati liberati per la grazia di Gesù Cristo dalla schiavitù dell'inferno, deh presto abbracciamo e stringiamo con amore quelle dolci catene che ci rendono servi ed amanti di Gesù Cristo, e che ci otterranno poi la corona del regno eterno tra' beati nel paradiso.

MEDITAZIONE VI

Creavit Dominus novum super terram (Ier. XXXI, 22).

Prima della venuta del Messia, il mondo stette sepolto in una notte tenebrosa d'ignoranza e di peccati. Nel mondo appena era conosciuto il vero Dio in un solo angolo della terra, cioè nella sola Giudea: Notus in Iudaea Deus (Ps. LXXV, 2). Ma per tutto il resto si adoravano per dei i demoni, le bestie e le pietre. Vi era per tutto la notte del peccato, il quale acceca l'anime e le riempie di vizi e le priva della vista del miserabile loro stato in cui vivono, nemiche di Dio, condannate all'inferno. Posuisti tenebras et facta est nox; in ipsa pertransibunt omnes bestiae silvae (Ps. CIII, 20). Da queste tenebre venne Gesù a liberare il mondo: Habitantibus in regione umbrae mortis, lux orta est eis (Is. [IX, 2]). Lo liberò dall'idolatria con dar luce del vero Dio; e lo liberò dal peccato colla luce della sua dottrina e de' suoi divini esempi: In hoc apparuit Filius Dei, ut dissolvat opera diaboli (I Io. III, 8). -Predisse il profeta Geremia che Dio dovea creare il Redentore degli uomini: Creavit Dominus novum super terram (XXXI, 22). Questo bambino nuovo fu Gesù Cristo. Egli è il Figlio di Dio che innamora il paradiso, ed è l'amore del Padre il quale così ne parla: Hic est Filius meus dilectus, in quo mihi bene complacui (Matth. XVII, 5). E questo Figlio e quello che si è fatto uomo. Bambino nuovo, mentr'egli ha data più gloria ed onore a Dio nel primo momento ch'è stato creato, che non gli han data né sarannoper dargli tutti gli angeli e santi insieme per tutta l'eternità. Che perciò nella nascita di Gesù cantarono gli angeli: Gloria in excelsis Deo. Ha renduto più gloria a Dio Gesù bambino, che non gli tolsero tutti i peccati degli uomini. Facciamo animo dunque noi poveri peccatori, offeriamo all'Eterno Padre questo bambino, presentiamogli le lagrime, l'ubbidienza, l'umiltà, la morte ed i meriti di Gesù Cristo, e ricompenseremo a Dio tutto il disonore che gli abbiam fatto colle nostre offese.

MEDITAZIONE VII

Deus Filium suum mittens in similitudinem carnis peccati, et de peccato damnavit peccatum in carne (Rom. VIII, 3).

Considera lo stato umile a cui volle abbassarsi il Figlio di Dio; non solo volle prendere la forma di servo, ma anche forma di servo peccatore, in similitudinem carnis peccati. Onde scrisse S. Bernardo: Non solum formam servi accipiens ut subesset, sed etiam mali servi ut vapularet. Non solo volle assumere la condizione di servo per soggettarsi agli altri chi era il signore di tutti; ma ancora la sembianza di servo delinquente per esser castigato qual malfattore chi era il santo de' santi. A tal fine volle vestirsi di quella stessa carne di Adamo ch'era stata infettata dal peccato. E sebbene egli non contrasse la macchia del peccato, nulladimeno si addossò tutte le miserie che la natura umana avea contratte in pena del peccato. Il nostro Redentore per ottenere a noi la salute si offerì volontariamente al Padre a soddisfare per tutte le nostre colpe: Oblatus est quia ipse voluit (Is. LIII, 7). E 'l Padre lo caricò di tutte le nostre scelleraggini: Posuit... in eo iniquitatem omnium nostrum (Ibid. 6). Ed ecco il Verbo divino, innocente, purissimo, santo, eccolo sin da bambino carico di tutte le bestemmie, di tutte le laidezze, di tutti i sacrilegi e di tutti i delitti degli uomini; fatto per amor nostro l'oggetto delle divine maledizioni, per ragion de' peccati per cui s'era egli obbligato a pagare la divina giustizia. Sicché tante furono le maledizioni che si addossò Gesù Cristo, quanti sono stati e saranno i peccati mortali di tutti gli uomini. E tale egli si presentò al Padre, venuto che fu al mondo, sin dal principio del suo vivere; si presentò qual reo e debitore di tutti i nostri misfatti, e come tale fu dal Padre condannato a morir giustiziato e maledetto su d'una croce: Et de peccato damnavit peccatum in carne. - se l'Eterno Padre fosse stato capace di dolore, qual pena mai provata avrebbe in vedersi costretto a trattare da reo, e da reo il più malvagio del mondo, quel Figlio innocente, il suo diletto ch'era ben degno di tutto il suo amore! Ecce homo, disse Pilato quando lo dimostrò a' Giudei flagellato per muoverli a compassione di quell'innocente così maltrattato. Ecce homo, par che l'Eterno Padre dica a tutti noi dimostrandocelo nella stalla di Betlemme. Questo povero bambino, dice, che voi vedete, o uomini, posto in una mangiatoia di bestie e steso sulla paglia, sappiate che questo è il mio Figlio diletto ch'è venuto a prendersi sopra di sé i vostri peccati e le vostre pene; amatelo dunque, perché troppo è degno del vostro amore e troppo v'ha obbligati ad amarlo.

MEDITAZIONE VIII

Deus autem qui dives est in misericordia, propter nimiam caritatem suam qua dilexit nos, et cum essemus mortui peccatis, convivificavit nos in Christo (Eph. II, 4, 5).

Considera che la morte dell'anima è il peccato; poiché questo nemico di Dio ci priva della divina grazia, ch'è la vita dell'anima. Noi dunque miseri peccatori per le nostre colpe eravamo già tutti morti e tutti condannati all'inferno. Dio per l'immenso amore che porta all'anime nostre, volle renderci la vita; e che fece? Inviò in terra il suo Figlio unigenito a morire, affinch'egli colla sua morte ci ricuperasse la vita. Con ragione dunque l'Apostolo chiama quest'opera d'amore nimiam caritatem, troppo amore; sì, perché non avrebbe mai potuto sperare l'uomo di ricevere in tal modo amoroso la vita, se Dio non avesse trovato questo modo di redimerlo: A aeterna redemptione inventa (Hebr. IX, 12). Erano dunque morti tutti gli uomini e non v'era rimedio per essi. Ma il Figlio di Dio per le viscere della sua misericordia, oriens ex alto, venendo dal cielo ci ha donata la vita. Giustamente perciò l'Apostolo chiama Gesù Cristo la vita nostra Cum Christus apparuerit, vita vestra (Coloss.III 4). Ecco il nostro Redentore che vestito già di carne e fatto bambino ci dice: Veni ut vitam habeant et abundantius habeant (Io. X, 10). A questo fine venne a prendersi la morte per dare a noi la vita. È ragione dunque che noi viviamo solamente a quel Dio che si è degnato di morire per noi: Christus mortus est, ut qui vivunt non sibi vivant, sed ei qui pro ipsis mortuus est (II Cor. V, 15). È ragione che Gesù Cristo sia l'unico Signore del nostro cuore, mentr'egli ha speso il sangue e la vita per guadagnarselo: In hoc... Christus mortuus est et resurrexit, ut et mortuorum et vivorum dominetur (Rom. XIV, 9). Oh Dio! chi sarà quell'ingrato e quell'infelice che credendo per fede un Dio esser morto per cattivarsi il di lui amore, ricusi poi d'amarlo, e rinunziando alla sua amicizia, voglia farsi volontariamente schiavo dell'inferno!

MEDITAZIONE IX

Dilexit nos et tradidit semet ipsum pro nobis (Eph. V, 2).

Considera come il Verbo Eterno è quel Dio ch'è infinitamente felice in se stesso, sicché la sua felicità non può essere più grande; né la salvezza di tutti gli uomini poteva aggiungervi niente o diminuire; e pure egli ha fatto e patito tanto per salvare noi vermi miserabili, che se la sua beatitudine, dice S. Tommaso, fosse dipenduta da quella dell'uomo, non avrebbe potuto più fare né patire: Quasi sine ipso beatus esse non posset.

Ed in vero se Gesù Cristo non avesse potuto esser beato senza redimerci, come avrebbe potuto più umiliarsi di quanto s'è umiliato sino a prendere sopra di sé le nostre infermità, le bassezze dell'infanzia, le miserie della vita umana ed una morte così spietata ed ignominiosa? Solo un Dio era capace di amare con tanto eccesso noi miseri peccatori ch'eravamo così indegni d'essere amati. Dice un divoto autore che se Gesù Cristo ci avesse permesso di dimandargli le prove più grandi del suo amore, chi mai avrebbe ardito di chiedergli che si facesse fanciullo come noi, che si vestisse di tutte le nostre miserie, anzi si rendesse fra tutti gli uomini il più povero, il più vilipeso e 'l più maltrattato, sino a morire per man di carnefici e a forza di tormenti su d'un patibolo infame, maledetto e abbandonato da tutti, anche dal suo medesimo Padre, che abbandona il Figlio per non abbandonare noi nelle nostre rovine! Ma ciò che noi non avressimo avuto ardire neppure di pensare, il Figlio di Dio l'ha pensato e l'ha fatto. Egli sin da bambino si è sacrificato per noi alle pene, agli obbrobri ed alla morte: Dilexit nos et tradidit semet ipsum pro nobis. Egli ci ha amati, e per amore ci ha donato se stesso, acciocché offerendolo per vittima al Padre in soddisfazione de' nostri debiti, possiamo per li suoi meriti ottenere dalla divina bontà tutte le grazie che desideriamo: vittima più cara al Padre, che se le fossero offerte le vite di tutti gli uomini e di tutti gli angeli. Offeriamo noi dunque sempre a Dio i meriti di Gesù Cristo, e per quelli cerchiamo e speriamo ogni bene.

MEDITAZIONE X

Virum dolorum et scientem infirmitatem (Is. LIII, 3).

Cosi il profeta Isaia chiamò Gesù Cristo, l'uomo de' dolori; si, perché quest'uomo fu creato a posta per patire, e sin da bambino cominciò a soffrire i maggiori dolori ch'abbiano mai sofferto gli uomini. Il primo uomo Adamo ebbe qualche tempo in cui godé in questa terra le delizie del paradiso terrestre. Ma il secondo Adamo Gesù Cristo non ebbe alcun momento di vita che non fosse pieno di affanni e di agonie; mentre sin da bambino l'afflisse la veduta funesta di tutte le pene ed ignominie che dovea patire nel suo vivere, e specialmente poi nella sua morte, nella quale dovea finir la vita immerso in una tempesta di dolori e di obbrobrii, come già predisse per Davide: Veni in altitudinem maris et tempestas demersit me (Ps. LXVIII, 3). Gesù Cristo sin dall'utero di Maria accetto l'ubbidienza datagli dal Padre della sua Passione e morte: Factus obediens usque ad mortem (Philipp. II, 8). Sicché sin dall'utero di Maria previde i flagelli ed offerì a questi le sue carni: previde le spine e offerì loro la testa: prende gli schiaffi ed offerì le guance: previde i chiodi ed offerì le mani e' piedi: previde la croce ed offerì la sua vita. Ond'è che il nostro Redentore sin dalla prima infanzia in ogni momento della sua vita patì un continuo martirio; e questo in ogni momento egli l'offerì per noi all'Eterno Padre. Ma quel che più l'afflisse fu la vista dei peccati che doveano commettere gli uomini anche dopo la sua così penosa Redenzione. Egli colla sua luce divina ben conoscea la malizia d'ogni peccato, e perciò veniva al mondo per togliere i peccati; ma vedendone poi un numero così grande che aveano a commettersi, ciò diede più pena al Cuore di Gesù che non sono le pene che han patite e patiranno tutti gli uomini della terra.

MEDITAZIONE XI

Iniquitates nostras ipse portavit (Is. LIII).

Considera come il Verbo divino facendosi uomo non solo volle prender la figura di peccatore, ma volle ancora addossarsi tutt'i peccati degli uomini e soddisfarli come se fossero stati suoi propri: Iniquitates nostras ipse portavit. Soggiunge il P. Cornelio: Ac si ipse ea patrasset. _ Or qui pensiamo in quale oppressione ed affanno dovette ritrovarsi il cuore di Gesù bambino che già s'era caricato di tutti i peccati del mondo, vedendo che la divina giustizia ne voleva da lui una piena soddisfazione. Ben egli conosceva la malizia d'ogni peccato, mentre colla luce della divinità che l'accompagnava, conosceva immensamente più che tutti gli uomini e tutti gli angeli l'infinita bontà del suo Padre e 'l merito infinito che ha d'esser rispettato ed amato. E poi si vedeva innanzi schierato un numero innumerabile di peccati che doveano commettere gli uomini, per li quali egli dovea patire e morire. Il Signore fe' vedere una volta a S. Caterina da Genova la bruttezza d'una sola colpa veniale, ed a tal vista fu tanto lo spavento e 'l dolore della santa, che ne cadde tramortita a terra. Or qual pena sarà stata quella di Gesù bambino in vedersi, subito che venne al mondo, presentato innanzi l'esercito immenso di tutte le scelleraggini degli uomini per le quali egli dovea soddisfare? Ed allora egli conobbe in particolare tutti i peccati di ciascuno di noi: Ad quamlibet culpam singularem habuit aspectum (S. Bern. Senens.). Dice Ugon cardinale che i carnefici fecerunt eum dolere extrinsecus crucifigendo, sed nos peccando intrinsecus. Viene a dire che più amisse l'anima di Gesù Cristo ogni nostro peccato, che non amisse il suo corpo la crocifissione e la morte. Ecco la bella ricompensa che ha renduto all'amore di questo divin Salvatore ognuno che si ricorda di averlo offeso col peccato mortale.